La CGIA chiede un mutamento di rotta per il credito nel 2015
Nel periodo compreso tra l'ottobre del 2013 e quello del 2014, la caduta dei prestiti erogati dal sistema creditizio alle imprese ha subito una significativa riduzione, pari a circa sei miliardi di euro, ovvero lo 0,7 in meno. Una riduzione che ammonta invece alla bella cifra di 95 miliardi nei confronti di quanto banche e finanziarie erogavano alla fine del mese di ottobre del 2011, il mese in cui secondo gli addetti ai lavori ha avuto inizio quella che è ormai nota come stretta creditizia, per una percentuale pari al 9,4%.
A fronte del rallentamento nella caduta dei prestiti, va invece messo in rilievo il vero e proprio boom delle sofferenze bancarie, aumentate addirittura del 25,5%, per una cifra complessiva di 29 miliardi in più. Se si prende come punto di riferimento il periodo tra l'ottobre del 2011 e quello dell'anno appena concluso, l'incremento va invece ad attestarsi a quota 66 miliardi, ovvero l'85,6% in più.
I dati in questione sono stati forniti dalla Cgia, che proprio all'aumento delle sofferenze e ai cosiddetti crediti incagliati attribuisce la decisione da parte del sistema bancario tricolore di ridurre l'appoggio all'economia reale e di privilegiare invece gli investimenti in titoli di Stato. Una decisione che contrasta con l'impostazione la quale aveva ispirato le aste di liquidità della Banca Centrale Europea e che sicuramente non fa piacere a Mario Draghi, che sulle aste Tltro aveva puntato per cercare di contrastare le spinte deflazionistiche che unendosi alla stagnazione potrebbero addirittura mettere in pericolo la moneta unica, come del resto da più parti paventato.

(Anche la Cgia chiede un cambio di passo al sistema creditizio al fine di aiutare le imprese)
Va ricordato in effetti che tra l'ottobre del 2011 e quello del 2014, lo stock di titoli di stato italiani detenuti dalle banche operanti lungo la penisola ha raggiunto una dimensione che è praticamente doppia. Tre anni fa, infatti, i titoli statali che riposavano nei caveau delle banche italiane erano attestati a quota 208,6 miliardi, mentre oggi sono arrivati a 414,3 miliardi. Solo nell'ultimo anno la quantità di asset emessi dal Tesoro è cresciuta di quasi quindici miliardi, con un incremento pari all 3,7%.
E' il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, a puntualizzare come questo orientamento non sia assolutamente da stigmatizzare, in quanto ha permesso al nostro paese di riappropriarsi di buona parte del debito pubblico, che sino a quattro anni era per 40,4% in mano ad investitori stranieri, una percentuale oggi calata di oltre sei punti. Inoltre l'acquisto di titoli emessi dal Tesoro ha permesso alle banche italiane di rientrare negli standard imposti dagli accordi di Basilea, aumentando il proprio livello di capitalizzazione. Il problema è che il credit crunch ha avuto come corollario la chiusura di una miriade di attività. Solo tra le piccole e medie imprese, ossia quelle che formano l'ossatura del sistema produttivo italiano, si è infatti assistito alla moria di un'azienda ogni cinque, un livello altissimo che è stato raggiunto proprio per la pratica impossibilità di trovare risorse finanziarie in grado di evitare il soffocamento di queste imprese.
Un dato eloquente che spinge lo stesso Bortolussi a chiedere ora un cambio di passo, in grado di dare respiro alle aziende e consentire a quelle meno solide di rimanere sul mercato. Una richiesta che va vista anche alla luce degli ultimi dati occupazionali, che segnano un nuovo record storico nella percentuale dei senza lavoro in Italia.
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