Il credit crunch ha espulso una PMI ogni cinque dal mercato
Nel periodo che va dal 2007, anno di inizio della crisi, al 2013, una Piccola o Media Impresa italiana su cinque è stata espulsa dal mercato. I numeri suonano in effetti impietosi: 13mila fallimenti, 5mila procedure concorsuali non fallimentari e 23mila liquidazioni volontarie. Una crisi che del resto ha colpito anche la redditività delle aziende se si pensa che le Pmi tricolori hanno perso ben 31 punti percentuali di margine operativo lordo e hanno più che dimezzato il Roe, ovvero il ritorno sul capitale investito, che è crollato dal 13,9 per cento al 5,6 per cento. Ora, la bufera sembra essersi placata, ma la ripresa si preannuncia estremamente lenta: i ricavi e i margini dovrebbero infatti crescere nel biennio 2015-2016, ma la reddittività che ne conseguirà dovrebbe attestarsi comunque su un 25 per cento in meno rispetto ai massimi fatti registrare nel periodo precedente alla crisi.
Sono questi i risultati di uno studio curato dal Cerved e relativo al composito mondo delle Pmi italiane. Lo studio in questione ha presentato un'analisi dettagliata della situazione economica-finanziaria di quelle imprese che in base alle definizione della Ue, possono vantare un fatturato compreso tra 2 e 50 milioni e una forza lavoro che oscilla tra 10 e 250 dipendenti. Una fascia che vede la presenza sul suolo italiano di ben 144mila società, le quali prese nel loro complesso riescono a generare un giro d'affari di 851 miliardi all'anno, con un valore aggiunto che raggiunge i 183 miliardi, ovvero il 12% del Pil nazionale. Cui si contrappongono onei finanziari per 271 miliardi, numeri che portano il fatturato medio di una Pmi italiana intorno ai 6 milioni all'anno.

(La stretta creditizia in atto ha espulso una Pmi italiana ogni cinque dal mercato)
Nel presentare il report, l'ad di Cerved, Gianandrea De Bernardis ha voluto porre l'accento sul credit crunch in atto nel nostro paese verso la spina dorsale del sistema produttivo tricolore, dando vita ad una morsa che è la risultante del combinato disposto creato da regole di Basilea e recessione. Nel periodo che va da dal 2011 al 2013, i debiti finanziari delle Pmi si sono ridotti di oltre quattro punti percentuali, mentre nel corso del 2012 sono aumentati quelli delle grandi imprese, per poi ridursi leggermente, dello 0,9%, nel corso del 2013. Se molte delle aziende fallite erano già in difficoltà prima della crisi, ci sono state anche imprese il cui fallimento è invece derivato da problemi di liquidità, più che di sostenibilità.
Un problema quello del credito, con cui si è scontrato anche il settore delle startup, se si pensa che soltanto 5mila aziende innovative hanno potuto prendere il via contando sul sostegno del sistema bancario.
Allo stesso tempo, quanto successo ha riequilibrato il sistema produttivo fondato sulle Pmi, portando ad una diminuzione delle aziende con conti non a posto. Tra i fattori che hanno consentito questo risultato, oltre all'esclusione delle aziende meno solide, anche il calo dei tassi di interesse con conseguente riduzione del peso relativo agli oneri finanziari sui margini e la ricapitalizzazione delle imprese sino al 32% del patrimonio netto tra il 2007 e il 2013.
Tra le misure varate dai governi che si sono succeduti in questo lasso di tempo, vanno ricordate quelle a favore del mercato dei minibond, che hanno permesso anche ad aziende non quotate di trovare finanziamenti sui mercati. Senza però risultati eccezionali, se si pensa che secondo Cerved appena 29 Pmi hanno provveduto ad emettere obbligazioni per un complesso di 226 milioni. A fronte di una mobilitazione per 4.2 miliardi che potrebbe soddisfare le esigenze di almeno 2.500 imprese.
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