Lo stato come un'azienda senza fini di lucro. La finanziaria e la ricerca delle coperture

Il bilancio previsionale dello stato. Cosa è la ricerca delle copertura,come funziona e quali sono le linee guida.Di finanziaria in finanziaria questo paese riuscirà a rivedere la luce della crescita? Proviamo a spiegare cosa è accaduto,cosa sta accadendo e cosa forse potrebbe accadere.

Ne abbiamo sentito parlare spesso, diciamo che da metà degli anni novanta l'accostamento del concetto di stato al concetto di azienda ha preso piede nelle idee della politica e lentamente è entrato nelle idee di molti italiani. Ovviamente parlando di uno Stato inteso come una collettività l'accostamento più naturale è all'impresa senza fini di lucro anche se pure in questo caso l'idea presenta dei grossi limiti.

Gli anni che seguirono il piano Marshall furono per il nostro paese, anni ripresa. Furono anni in cui l'Italia lentamente rifiorì ridando oltre una speranza nel futuro, una tangibile crescita economica. La crescita del dopoguerra era una crescita relativamente rapida anche se la percezione di sviluppo da parte della popolazione era "drogata" dallo stato di indigenza e difficoltà degli anni del conflitto mondiale. Dopo i bombardamenti, dopo aver visto distrutto città e morire migliaia di persone, era ovviamente molto più immediato riuscire a sperare in un futuro che quantomeno prometteva la pace. Dormire senza le sirene dei bombardamenti ed essere relativamente certi di non morire nel sonno di una morte violenta, erano delle ottime basi per poter pensare che nella propria terra un futuro esistesse ancora. Al di la del comprensibile mood positivo resta il dato oggettivo di un paese cui il mondo stava dando una seconda opportunità. Una opportunità meritata solamente in quanto popolo sano ed amabile anche se troppo spesso mal governato.

Lo sviluppo industriale lanciato nel dopoguerra dal piano Marshall trovò i suoi naturali limiti in una prudente se non ottusa impostazione della visione di sviluppo. Poche aziende in Italia seppero cogliere il cambiamento rapido del commercio e l'idea di una new-economy che d'oltreoceano si avvicinava con imponenti raffiche, trovò negli anni novanta, fortemente impreparate le imprese italiane. A fine anni novanta, inizi del duemila l'Italia stava rincorrendo la promessa di un'economia trasparente e globalizzata. Con lo spirito e la capacità creativa incisa nel DNA di questo popolo da mille identità, anche il nostro paese stava pensando al modo per canalizzare su un binario positivo questo mostro chiamato globalizzazione. Nulla di negativo in se, ma la globalizzazione che a fine anni novanta si presentava al nostro paese era realmente un mostro in quanto dotata di due teste. Una testa era un partner benevolo che offriva l'opportunità di ampliare i propri mercati di riferimento portando in tutto il mondo il made in Italy ed una testa, molto più pericolosa era un avversario indefinito chiamato concorrenza globale. Un avversario pericolosissimo in grado di distruggere in poche mosse qualsiasi attività commerciale.

Proprio nel momento in cui il nostro paese stava ancora decidendo quale direzione industriale prendere, ad aggravare il quadro si è sommata la crisi dei mercati finanziari. Restrizione delle possibilità di accesso al credito, svalutazione della moneta unica europea e scarse possibilità di aiuti dallo stato.

Tutto questo, va assolutamente detto, accompagnato da una classe politica completamente incapace di comprendere ciò che nel mondo stava accadendo. I governi che si sono alternati al potere in Italia hanno fatto pochissimo per stimolare la crescita e dovendo garantire alla popolazione un sistema di welfare sensato hanno costruito una montagna di indebitamento. Va anche detto che dietro la reale necessità di garantire il welfare in malafede sono state occultate le peggiori ruberie. Chi ha governato molto spesso preso da un interesse privato, ha messo da parte le necessità di crescita di un paese soffocandola sotto il macigno di un debito pubblico mostruoso. In un  quadro complessivo così cupo l'idea di uno Stato che somigli ad una azienda non fa pensare ad altro che ad un'azienda talmente indebitata da fallire nel giro di pochi esercizi.

La fotografia di oggi la conosciamo tutti: carico fiscale altissimo, evasione fuori controllo, disoccupazione ai livelli massimi degli ultimi quaranta anni, indebitamento alle stelle e impegni presi con la comunità europea che non permettono ampi margini sulle politiche di gestione del bilancio pubblico. Possiamo facilmente immaginare quanto, all'interno di un quadro di questo tipo, sia difficile immaginare una finanziaria che trovi da un lato i fondi attraverso le tasse e i ritorni economici dati da ciò che lo stato possiede, e da un lato divida i capitoli di spesa garantendo il welfare e la possibilità di crescita. Mettere insieme queste poche ma significative variabili è un compito molto arduo sia dal punto di vista tecnico-economico sia dal punto di vista politico. In questo articolo ci limiteremo ad un'osservazione del punto di vista tecnico-economico.

Il meccanismo di redazione di una finanziaria dello stato si basa sulla semplice idea di individuare un piano di spesa verosimile e trovare un piano di finanziamento a sostegno, anch'esso verosimile.

I capitoli di spesa li possiamo benissimo immaginare: sanità, pubblica sicurezza, istruzione, difesa, cultura, etc.. in sostanza si cercano i soldi per sostenere i costi dei ministeri. Di fatto ogni ministero presenterà la propria previsione di spesa basata su i valori dell'anno corrente ed una stima di crescita o decrescita della spesa. Tutte le stime fatte dai vari ministeri, dovendo essere uniformi, si baseranno sulle statistiche ufficiali, cioè quelle redatte dall'ISTAT. Se l'ISTAT prevederà un aumento delle nascite, ad esempio, il ministero della sanità potrà sovradimensionare la sua richiesta, supportato dalla ufficiale previsione di un aumento della spesa. Usando la stessa base dati il ministero dell'istruzione inserirà nel piano a medio termine un aumento della popolazione in età scolare e predisporrà anticipatamente il piano per supportare il futuro aumento della richiesta formativa.

Dalla parte invece delle entrate si dovrà stimare quanto tra tasse e guadagni dati dalle priorità dello stato quanto si riuscirà ad ottenere; Per tutto il resto si ricorrerà all'indebitamento. La parte delle entrate comunemente chiamate coperture, è la parte su cui il governo di volta in volta si gioca la credibilità agli occhi della pubblica opinione. Infatti il modo in cui lo stato con la sua finanziaria deciderà di mixare le varie tasse sarà direttamente misurabile dal cittadino. In questi anni di crisi finanziaria abbiamo imparato sulla nostra pelle cosa significa dover cercare le coperture internamente senza far crescere l'indebitamento. La pioggia di tasse dirette (IMU, TARI, bolli) e indirette (IVA, ACCISE, etc) ha portato le famiglie italiane, inizialmente ad una contrazione dei risparmi e successivamente ad indebitarsi per far fronte alle spese obbligatorie. Attualmente su ogni famiglia italiana orbita un sistema di tasse che non ha pari nel mondo. Partendo dall'IRPEF altissima per chi lavora fino ad arrivare alle tasse sulla spazzatura non paragonabili nemmeno lontanamente alla media europea.

Ma cosa è successo? Perché improvvisamente il gioco calcolo le spese e trovo le coperture non ha funzionato più?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo guardare un attimo indietro nel passato del nostro paese. Analizzando i bilanci pubblici è evidente che per diversi anni i governi hanno sostenuto livelli di spesa al di sopra delle loro possibilità. L'indebitamento pubblico è diventato una prassi, un pozzo senza fondo da cui la politica attingeva mantenendo cosi viva un'ampia rete di consensi elettorali. Chiaramente il pozzo non era senza fondo e quando la comunità europea, che annualmente stanzia finanziamenti vari per i suoi stati membri, ha chiesto di valutare il rapporto deficit/PIL l'Italia ne uscita con le ossa rotte. A fronte di un indebitamento da record il nostro paese cresceva poco, oggi addirittura decresce. La richiesta pervenutaci circa due anni fa di riportare gli indici del nostro bilancio a quote più normali ha messo in serie difficoltà il nostro paese. L'impossibilità di incrementare la scopertura del fondo indebitamento ha fatto si che il governo ha dovuto raschiare il barile, svuotare le tasche e rintracciare il più possibile dove si annida il denaro di un popolo che dall'esterno, in Europa è visto come un popolo dedito allo sperpero. Ed ecco da dove arriva la pioggia di tasse.

Ma questa pioggia di tasse ha funzionato? Il paese si è ripreso?

No e forse non si riprenderà applicando una politica che spreme tutto ciò che può spremere e quasi ignora chi sfugge alla spremitura. E' chiaro che aumentando tasse dalle quali è difficile sfuggire (vedi  IRPEF) colpirai chi quella tassa già la pagava continuando ad ignorare chi abilmente evadeva o eludeva il tributo.

La lotta all'evasione, tema sbandierato in tutte le campagne elettorali e puntualmente dimenticato il giorno dopo le elezioni, è la più importante sfida futura di un paese che se vuole crescere dovrà puntare su ciò che ha, cioè un popolo che nella grande maggioranza lavora, produce reddito, paga le tasse e genera consumi.

Spostando il carico di questa difficoltà dalla gente onesta verso chi ha approfittato dei difetti del sistema speriamo si potrà ridare vitalità ad un paese che considera l'equità e la giustizia sociale un suo principale valore fondante. 

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Salvatore Amandorla
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