Conti correnti, la Cassazione dà ragione al Fisco

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, emessa l'8 maggio 2015, permette in pratica all'Agenzia delle Entrate di indagare senza alcun limite sui conti correnti, in particolare sulle movimentazioni bancarie, che potrebbero ora fare da base agli accertamenti del Fisco.

La vastità dell'evasione fiscale nel nostro Paese impone ormai una lotta senza quartiere da parte del Fisco verso tutti quei contribuenti infedeli i quali cercano di occultare le loro entrate, sottraendo in tal modo preziose risorse che potrebbero invece permettere di abbassare la pressione su coloro che hanno sempre mantenuto un comportamento fiscale corretto. Proprio per questo motivo, sono allo studio da parte degli uffici preposti nuove soluzioni in grado di stanare i tanti furbetti che da un lato all'altro della penisola si ingegnano ogni giorno per occultare tesoretti più o meno cospicui.

La Cassazione dice sì al Fisco

Ora, però, a dare una mano al Fisco provvede la Corte di Cassazione che con la sentenza emessa l'8 maggio 2015 ha deciso di spalancare le porte alle autorità ispettive. In base a quanto disposto dai giudici di Piazza Cavour, infatti, l'Agenzia delle Entrate è assolutamente legittimata ad accertare maggiori redditi imponibili sulla base dei dati che sarebbero desunti dalle indagini finanziarie e senza dover disporre di alcuna prova. Va peraltro rilevato come gli accertamenti in questione sarebbero legittimi anche quando i conti correnti sono cointestati insieme ad un altro soggetto.

Una sentenza della Cassazione permette al Fisco di indagare anche sui conti correnti

(Una sentenza della Cassazione permette al Fisco di indagare anche sui conti correnti)

Il dispositivo della sentenza

La sentenza in questione, stabilisce che l'Ufficio delle Entrate può basare i propri accertamenti sui dati che risultino dalle movimentazioni bancarie acquisite in seguito a indagini di carattere finanziario. Il tutto fatta salva l'ipotesi che il contribuente riesca a dimostrare di averne tenuto conto in sede di determinazione del reddito soggetto ad imposta oppure che le stesse non abbiano rilevanza allo stesso fine e, proprio in relazione ai prelievi effettuati, abbia provveduto ad indicare il soggetto beneficiario.

Un attentato alla privacy?

Va però ulteriormente precisato che il testo della norma in esame, non provvede ad individuare alcuna limitazione dell'attività d'indagine. Proprio questa postilla ha naturalmente scatenato coloro che ritengono un vero attentato alla privacy dei cittadini il rilascio di un salvacondotto così vasto all'Ufficio delle Entrate, in quanto le autorità ispettive non avrebbero più alcun freno. Una preoccupazione probabilmente genuina e, forse condivisibile, che però va a scontrarsi con una situazione, quella relativa all'evasione fiscale, che in Italia continua a essere un problema gravissimo. Talmente grave da provocare risposte forse abnormi, che in una situazione di normalità non avrebbero alcuna ragione di esistere.

Dott. Dario Marchetti
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