Più variegata l'offerta di prodotti finanziari per chi ha il posto fisso
L'Italia non è un paese per precari. Diventato ormai una norma nei rapporti lavorativi, il posto a tempo determinato si rivela non solo un boomerang dal punto di vista della sicurezza psicologica, ma anche per quanto concerne l'accesso al credito. Nel nostro paese, il numero di offerte di finanziamento ricevute dal dipendente a tempo determinato è infatti mediamente inferiore a quello riservato invece al dipendente a tempo indeterminato.
A parziale consolazione dei precari, va comunque ricordato che il diverso grado di rischio associato al tipo di impiego lavorativo non ha invece ricadute sulle scelte di prezzo: ove infatti l'intermediario decida di offrire un finanziamento, il Taeg non si differenzia per la tipologia di contratto di lavoro. I dati in questione sono desunti da alcuni siti che si occupano di tematiche relative ai mercati finanziari e sono la conferma di quanto del resto si sapeva già da tempo ovvero che le modifiche intercorse nel mercato del lavoro nel corso degli ultimi anni, non hanno avuto come logico corollario mutamenti apprezzabili nel circuito finanziario.
Una ulteriore beffa per un segmento di lavoratori sempre più esteso, il quale deve convivere non solo con l'insicurezza psicologica derivante dal fatto di potersi ritrovare da un momento all'altro senza lavoro, ma anche con la totale assenza di un sistema di welfare in grado di assisterli adeguatamente quando il lavoro non si trova.

(I lavoratori flessibili sono ormai un esercito nel nostro paese)
I risultati dell'indagine in questione sono abbastanza inesorabili: il lavoratore con un contratto a tempo determinato è esposto a una maggiore incertezza sui flussi di reddito futuri di fronte ai quali non riesce a trovare risposte, neanche da parte del sistema bancario e finanziario, ormai troppo chiuso in sé stesso per poter costituire un valido supporto per chi non può fornire garanzie.
Se si pensa che i lavoratori a tempo determinato sono sempre di più, con un aumento della corrispondente quota dal 5,2 per cento del 1985 al 13,2 del 2013, si può agevolmente comprendere come la modifica in atto sul mercato del lavoro rischi di tramutarsi in un vero e proprio dramma sociale in assenza di risposte da parte della politica. In pratica, nel nostro paese manca un sistema di ammortizzatori sociali in grado di dare un minimo di sicurezza ai tanti precari che stanno diventando un vero esercito, soprattutto nelle classi di età comprese tra i 15 e i 24 anni e in quella tra i 25 e i 34, per i quali il posto fisso è ormai un miraggio.
Basti pensare che nella prima fascia ben il 52,2 per cento "gode" di un contratto a tempo determinato, mentre nella seconda i precari ammontano al 21,7 per cento. Un dato in aumento esponenziale rispetto al 1985, quando le quote in questione erano rispettivamente il 10,6 e il 5 per cento. Nel frattempo, nè il sistema bancario, né il welfare sembrano essersi accorti delle profonde modificazioni intercorso nella struttura lavorativa e sociale del nostro paese. Trasformando di conseguenza il precariato in una vera e propria emergenza di carattere sociale.
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