Salvataggio Alitalia: ecco dove le Poste hanno trovato i soldi
Negli ultimi giorni alla televisione si è sentito parlare spesso di Alitalia e di come ci siano stati alcuni finanziatori che abbiano deciso di aiutare la compagnia di bandiera italiana.
La protagonista di questo salvataggio sembra essere Poste Italiane, che nella giornata di mercoledì 20 novembre ha annunciato la modifica al proprio statuto per dare il via all'operazione. Non rimane che attendere la decisione da parte del ministro Saccomanni, che dovrà decidere se sciogliere o meno le due riserve sulla manovra. Se la decisione verrà approvata, tuttavia, la compagnia aerea verrà salvata da un'azienda italiana.
Ma cosa cambierà per i cittadini? L'amministratore delegato di Poste Italiane, Massimo Sarmi, ha annunciato che nelle sue intenzioni c'è quella di lanciare l'operazione senza influire sui consumatori e, quindi, senza mettere le mani sui risparmi dei propri clienti. Rimane quindi da chiedersi la fonte dei profitti dell'azienda.
Da dove è stato possibile trovare i fondi necessari per salvare Alitalia? Innanzitutto dobbiamo partire dal presupposto che Poste Italiane non è più l'azienda a cui siamo stati abituati in questi ultimi anni: se fino a pochissimo tempo fa, era conosciuta come un'impresa specializzata solo ed esclusivamente nella spedizione della posta ordinaria e della raccolta di piccoli risparmi da investire nei libretti e nei buoni fruttiferi, negli ultimi mesi sono stati sempre più i profotti finanziari promossi ai consumatori. Non dimentichiamo, infatti, che metà del fatturato proviene direttamente da Poste Vita, una sezione dedicata ai servizi assicurativi.
Il polo Poste Vita naque nel 199 a cura di corrado Passera, allora amministratore delegato di Poste Italiane. Alessandro Pedone, consulente finanziario per l'Aduc, ha commentato la scelta del tempo dicendo che "Prima dell'arrivo di Passera le Poste erano assolutamente inefficenti e bruciavano ingenti risorse pubbliche. Passera subito si rese conto che non si poteva contare solo sul servizio postale per risanare il gruppo, né era possibile immaginare enormi tagli di dipendenti perché politicamente e socialmente insostenibili. Così immaginò un nuovo driver di crescita trasformando il servizio postale e di raccolta di risparmio in buoni e libretti in una sorta di connubio fra banca e assicurazione. Con questo nuovo modello il gruppo è tornato in utile. Ma il passaggio non è stato gratuito per i clienti".
La decisione, ovviamente, ebbe delle ingenti ripercussioni sui consumatori che sono stati vittime di un aumento continuo e progressivo sia dei costi servizi postali, che di quelli di spedizione, che negli ulitimi anni sono aumentati anche del 70%. Ma non solo: anche le spese inerenti alla gestione del conto corrente postale, di cui erano intestatari ben 5 milioni di italiani, hanno registrato un rincaro significativo. Il rialzo dei prezzi, ovviamente, non poteva che essere notato immediatamente dai consumatori e dalle relative associazioni, come Adusbef e Federconsumatori.
Il cambiamento definitivo di Poste Italiane è avvenuto poi con la nascita del progetto Poste Vita, che gestisce i rami Poste Assicura e i fondi Banco Posta e che un giro di affari pari a 3,266 miliardi di euro. A tal proposito Pedone ha dichiarato a Il Fatto Quotdiano : "L'industria del risparmio gestito è inutilmente costosa. Secondo Mediobanca ci sarebbero almeno una ventina di miliardi di costi inutili nel settore. Perchè del resto comprare un prodotto incomprensibile pagando una commissione quando si può acquistare da soli un'azione o un'obbligazione senza pagare il dazio all'intermediario? I prodotti finanziari sono un costo superfluo e ingiustificato per la clientela. Finchè sono le banche a venderli, nel rispetto delle regole, nulla questio. Sono soggetti privati. Ma che lo facciano anche le Poste, che sono espressione dello Stato, è davvero un fatto inaccettabile".
Accade molto spesso che allo sportello delle Poste si rechino persone a bassa conoscenza finanziaria o anziani che non conoscono le dinamiche dei mercati: "Se un pensionato si presenta allo sportello volendo rinnovare il proprio buono fruttifero e gli dicono che in effetti esiste un fondo che tutto sommato è la stessa cosa e che anzi rende di più, allora è naturale che lo sottoscriva in buona fede. Salvo poi ritrovarsi con perdite e capitale non garantito".
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