Mutui tossici, la bad bank rischia di essere un macigno per le casse pubbliche
Si torna a parlare di derivati tossici in Italia, grazie ad una ipotesi che ha immediatamente destato grandi polemiche da parte degli analisti finanziari e delle associazioni che tutelano i diritti dei consumatori. L'ipotesi in questione è quella che prevede la costituzione di una bad bank nella quale andrebbero a confluire tutti i mutui tossici italiani, accollando in pratica allo Stato tutti i rischi e le spese del caso.
La bozza del piano, che è stato denominato Nuovo credito per la crescita, è stata messa a punto da Banca d'Italia e dal Governo, sotto la supervisione del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e ora aspetta soltanto di essere trasmessa all'Unione europea, per essere messa sotto la lente d'ingrandimento della Commissione, che si avvarrà della supervisione della Banca Centrale Europea.
L'idea che caratterizza il piano è quella di assorbire (forse tramite lo strumento della cartolarizzazione) una larga parte dei 181 miliardi di crediti in sofferenza che appesantiscono la pancia delle banche italiane, sulla falsa riga della exit strategy varata dalla Spagna e messa in campo dalla Sareb.
Nel nostro paese. l'operazione dovrebbe vedere protagonista la Sga (Società per la gestione delle attività), creata nel 1997 al fine preciso di dare vita al salvataggio del Banco di Napoli recuperando tutti i prestiti non rimborsati all'epoca all'istituto di via Toledo. La società verrebbe rilevata dal Tesoro previo esborso di 600mila euro da Intesa Sanpaolo per soli 600mila euro, e tramite più aumenti di capitale arriverebbe a 3 miliardi di dotazione.
(E' stato varato un piano per il varo di una bad bank in cui far confluire i titoli tossici delle banche)
A spingere la critica delle associazioni dei consumatori non è tanto il progetto per una nuova bad bank, bensì l'incertezza su chi sia il prestatore di ultima istanza. Se infatti il piano potrebbe essere funzionale per tutti, secondo Adusbef e Federconsumatori va assolutamente evitato il rischio le garanzie della partecipazione pubblica vadano a ricadere esclusivamente sulla fiscalità generale. Una eventualità che addosserebbe ancora una volta al pubblico gli oneri dei crediti allegri elargiti dai banchieri, quando all'atto pratico i profitti e dividendi sono già stati incassati dai privati.
Tra le parti incriminate del piano, c'è in particolare l'assetto proprietario. Secondo uno dei due schemi che sono stati previsti dal Tesoro, le garanzie sarebbero distribuite in gran parte allo Stato (49%), in secondo luogo ai privati (32%) con una rimanenza alle banche (19%). La partecipazione pubblica salirebbe però all'81% nel secondo, inquietante, scenario, con appena il restante 19% accollato alle banche e la pratica esclusione di investitori privati. Un caso che vedrebbe l'intero passivo ricadere sulle spalle del debito pubblico.
Sono stati Elio Lannutti (Adusbef) e Rosario Trefiletti (Federconsumatori), a mettere in rilievo come le obbligazioni cartolarizzate con la garanzia statale, destinate ad investitori istituzionali, invitati in tal modo ad acquistare parte dei 181 miliardi di euro di prestiti incagliati che ancora appesantiscono i bilanci degli istituti di credito, potrebbe infine configurare un vero e proprio aiuto di Stato. Ove questa interpretazione prevalesse, difficilmente il piano approntato potrebbe superare il vaglio della Commissione Ue.
Altri articoli che potrebbero interessarti
| Richiedi subito un PRESTITO personalizzato | ||
|---|---|---|
![]() | Sei un lavoratore Dipendente o un Pensionato? | RICHIEDI PREVENTIVO |
