Il contratto a tutele crescenti alza il costo dei mutui
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Il tema del Jobs Act emanato dal governo Renzi continua ad alimentare il dibattito politico. Mentre arriva la notizia che vorrebbe anche il Fondo Monetario Internazionale ammettere che le liberalizzazioni del mercato del lavoro non avrebbero dato alcun risultato apprezzabile, come del resto sostenuto ormai da più parti, in Italia si pone il problema relativo all'atteggiamento del mondo bancario di fronte alla pratica fine del posto fisso. Un problema non da poco, se si considera che proprio la sicurezza del posto di lavoro era tra le condizioni fondamentali poste dalle banche per la concessione di mutui. Una condizione che ora non sussiste più, tanto da spingere il M5S a chiedere retoricamente ai nuovi assunti con contratto a tutele crescenti di recarsi in banca per verificare la risposta ad una richiesta di finanziamento.

(Il contratto a tutele crescenti peserà sui mutui dei nuovi assunti)
La fine del posto fisso un favore alle banche?
Va a questo punto specificato che il problema non è soltanto dei giovani, se solo si pensa che secondo molti esperti nel breve volgere di dieci anni, per effetto del turn over, in Italia non esisterà praticamente più il vecchio contratto a tempo indeterminato. Tanto che i più maliziosi hanno interpretato il Job Act proprio nel senso dell'ennesimo favore della politica alle banche. Il motivo è presto detto: i mutui per la casa, in forza della mancanza di una garanzia come l'articolo 18, costeranno di più a chi deciderà di chiederli.
La vaghezza di Abi e le assicurazioni di Unicredit
Se Antonio Patuelli, presidente di Abi (Associazione Bancaria Italiana) non ha saputo rispondere alla domanda di Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera, in relazione all'incertezza che verrebbe a gravare sui nuovi assunti, Unicredit ha da parte sua assicurato che i contratti a tutele crescenti saranno equiparati a quelli a tempo indeterminato. Questo per quanto riguarda il merito creditizio, mentre sarà tutto da verificare l'impatto sui costi che avrà il nuovo regime lavorativo, in quanto venendo a mancare la garanzia fornita fino a pochi mesi fa dall'articolo 18, è del tutto comprensibile che le banche faranno pagare più caro il loro consenso.
La polizza sulla perdita del posto di lavoro
Sono in molti a prevedere che, di fronte all'incertezza cagionata dai contratti a tutele crescenti, il sistema bancario opererà una corsa ad arginare la nuova situazione verso quello che è considerato lo strumento migliore per ridare la sicurezza perduta, ovvero quella garanzia sulla continuità del reddito che è la base su cui si gioca la partita che dovrà portare alla stipula del mutuo. Il grimaldello, in questo caso è la polizza sulla perdita del posto di lavoro. Una polizza che è per l'appunto un costo aggiuntivo e che sarà naturalmente accollato sulle spalle del mutuatario.
Il tasso di rischio
Il vero nodo del contendere è il tasso di rischio che la banca si assume rilasciando un finanziamento ad un lavoratore che potrebbe essere licenziato da un momento all'altro. Va peraltro ricordato che il tasso di rischio, al momento, non è calcolabile, in quanto non esistono statistiche relative alla percentuale di licenziamento, che potranno essere disponibili a partire dal prossimo anno. Se la percentuale di licenziamenti sarà alta, il tasso di rischio sarà corrispondente e gli istituti concederanno mutui non solo con il contagocce, ma anche a condizioni più onerose, ovvero accompagnati da una polizza che le tutelerebbe comunque. Anche le polizze, peraltro, potrebbero vedere il loro costo aumentare in maniera esponenziale nel caso le statistiche rivelassero quello che molti sospettano, ovvero che i licenziati saranno molti.
Il costo di una polizza
Per capire di quali siano le cifre in ballo, non resta a questo punto che fare qualche esempio. Su mutui da 80mila euro, alcuni istituti propongono per chi ha un contratto a tutele crescenti una polizza da circa 10mila euro. In pratica, spalmandola sul mutuo, questa cifra comporterebbe un aumento di circa 40 euro al mese della rata. Un dato che di per sè fa capire perché i più maliziosi parlino di ennesimo regalo fatto al sistema bancario.
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